
Tacere ogni cosa, tacere del fatto «Quale fatto?» fatto alcuno, bisognava tacerlo anche se non c’era niente, nulla che le labbra potessero esprimere «Esprimere cosa?» nulla ti dico, tacere e camminare: salire i gradini sino al palazzo. Il palazzo saprà risponderci, saprà dire il da farsi; saprà dipanare l’angoscia, potrà come d’altronde sempre ha «Cosa mai ha fatto il palazzo?» saputo chetare i singulti, le insinuazioni, perciò devo andarci: noi vi andremo e ci risponderà: saprà dirmi come fugare l’angoscia di quel fatto «Quale?» ti ripeto, alcuno, che banchetta col mio sterno da quando l’ho udito, tra i fruscii delle vesti. Devo solo terminare questi gradini e poi anche quelli, che per allora saranno null’altro che questi, perseverando nel salire con ciò che va taciuto appeso al labbro, perde saliva filamentosa: sussurra l’annoso «Cosa mai sussurra?» alcunché, ripeto, ma la litania dell’assillo saprà fronteggiare per molto il gravoso dubbio della catastrofe? «Non lo potrà; meglio che sali», perciò i gradini ponderano l’andirivieni sino al palazzo e mentre attraverso i poderosi archi mi dimentico della luce che descrive ogni linea, sino all’inevitabile apice della scala.